Cercare fossili al Sasso di Simone

Escursione al Sasso di Simone in cerca di fossili

A Sud, un paesaggio lunare di argille multicolori; a Nord, un manto di foreste; e nel mezzo un isolato, gigantesco blocco di roccia, il Sasso di Simone.
Questa sorta di fortezza di calcare torreggia sulle stondate colline circostanti dai suoi 1200 metri, guardandosi quasi alla pari con la sua gemella, il Sasso di Simoncino. Provenendo da Nord, dalla strada del Passo della Cantoniera, si attraversa una ombrosa boscaglia che fa di questo sentiero, il numero 7, il più frequentato, passando dalla sella dei due Sassi e da qui alla base del Sasso di Simone (1h30 circa).
Salendo da Case Barboni, in Toscana, la durata non cambia molto (1h circa), il dislivello è il medesimo, ma si cammina in un paesaggio fuori dal tempo e dallo spazio, un deserto di argille variopinte incise profondamente dall’acqua, con il Sasso ad attenderci sempre davanti a noi.
Abbiamo salito questo versante nel pieno dell’estate più torrida e l’abbiamo fatto nell’unico modo possibile in questa stagione: all’approssimarsi del tramonto, con le ombre che si allungavano verso il versante marchigiano e l’aria che diveniva via via più piacevole, per poi ridiscendere di notte con le lampade.

Il sentiero da case Barboni
Il sentiero inizia nel paese di Case Barboni, per la verità appena un piccolo gruppo di case in pietra, testimoni di una certa passata eleganza, forse di una stazione di posta. Il sentiero sale subito dal paese, segnalato con il numero 61 e da segni bianchi e rossi, e attraversati alcuni campi inizia ad addentrarsi tra i ripidi calanchi che, soprattutto sulla destra, di aprono come profonde voragini verso la valle, centinaia di metri più in basso.
Le argille sono colorate di nero, grigio e rosso dagli ossidi contenuti e il terreno è cosparso di pietre nere di manganese, del tutto simili a quelle che ricoprono le distese desertiche del Nord Africa.
Una collina di argilla bianca, non a caso detta dai geologi “biancana”, segna ancora il nostro percorso.
Il sentiero prosegue sul crinale, a sinistra boschi di lecci e querce, a destra i profondi solchi dei calanchi: il percorso comunque è sempre ben tracciato e mai pericoloso, essendo anche ben calpestato da gruppi di tranquille mucche chianine.
Superato l’incrocio con il sentiero 7 si prosegue dritti e un po’ in discesa verso la base
del Sassi di Simone, camminando ormai a vista.
Si attraversa il fiume di pietra, di cui scopriremo più avanti la natura e l’avventura che nasconde, e risaliamo fino al crinale, dove un enorme faggio secolare fronteggia da secoli la parete imponente del Sasso.
Qui siamo su una strada sterrata che sulla destra scenda e in un paio di minuti arriva a un bivacchetto usato per le grigliate d’estate.
Il nostro percorso ora supera un ingresso nella rete per gli animali e inizia a salire lungo una mulattiera larga e ben fatta, che non ci saremmo aspettati: è la strada costruita dal Granduca di Toscana per raggiungere la piccola città che fu costruita nel Cinquecento sulla cima. In pochi minuti si arriva alla fine della salita, alcuni cartelli parlano di questa mitica Città del Sole; da questi proseguiamo verso sinistra per raggiungere subito la cima, piatta e verdeggiante come una pianura. Dobbiamo arrivare alla fine di questa strana pianura, punteggiata qua e là di profonde doline, per arrivare al suo bordo e vedere il mondo stendersi ai nostri piedi, a ricordarci di essere sulla cima di una montagna.
Il sentiero è sempre ben tracciato e segnalato, mai pericoloso a patto di camminare esattamente sul bordo dei calanchi: di notte alcuni punti possono farci venire qualche dubbio ma osservando un po’ meglio il sentiero prosegue sempre ben tracciato (quando attraversa il fiume di pietra) oppure segue sempre il crinale (quando attraversa le argille). In ogni caso è anche estremamente breve e le possibilità di perdersi sono davvero minime.

Come e dove cercare i fossili nel fiume di pietra
I calcari che costituiscono il Sasso di Simone si sono formati in un periodo del passato chiamato Eocene, tra i 40 e i 50 milioni di anni fa. A quel tempo qui avremmo visto un mare tropicale, con pesci che guizzavano tra i coralli multicolori e conchiglie che si nascondevano nella sabbia bianchissima.
Oggi molti di quegli organismi marini si sono trasformati in fossili, cioè in copie esatte riempite da un minerale chiamato calcite.
Guardando tra i grandi blocchi del fiume di pietra, osservando attentamente i sassi di ogni dimensione, l’occhio lentamente si abitua a trovare forme tondeggianti o ramificate: sono conchiglie di bivalvi con le loro nervature, rametti di corallo, gusci di riccio e piccole ostriche.
Per cercare i fossili occorre camminare lentamente nei depositi di sassi, spostandoli con un bastone (mai con le mani, i sassi possono essere il rifugio di vipere e scorpioni): una volta trovato un fossile, dopo averlo controllato con il bastone (sempre per scacciare eventuali animali), possiamo raccoglierlo e portarlo con noi. Una volta a casa possiamo pulirlo con acqua e uno spazzolino, oppure immergerlo per un paio di ore nell’aceto, che corrodendo la roccia porosa evidenzierà le forme più delicate e insospettabili impresse nella calcite.

Ma cosa è il fiume di pietra?
Il fiume di pietra si muove come un ghiacciaio, ma se un fiume di ghiaccio ha dei movimenti lentissimi e non percepibili dall’occhio, il fiume di pietra è ancora più lento, impiega secoli e millenni per avanzare e lo fa, impercettibilmente, solo quando piove.
Come accade? Il Sasso di Simone è un gigante dai piedi di argilla, che come una gigantesca torta crolla una fetta dopo l’altra, destinato a scomparire del tutto un giorno.
I blocchi crollano ai piedi del gigante e si depositano sul letto di argilla: l’argilla è dura ma quando piove si ammorbidisce, diventa viscosa e si muove impercettibilmente.
I grandi blocchi di calcare galleggiano sull’argilla come grandi tronchi di legno in un torrente, e con il passare del tempo, mano a mano che l’argilla scorre verso valle, i blocchi seguono questo fiume. Dall’alto del Sasso si apprezza come il fiume roccioso serpeggi oggi per più di un chilometro, dalla base della torre verso Sud.

Il parco faunistico di Ranco Spinoso
Aggirando la montagna da sud e tornando dalle Marche verso la Toscana si attraversano splendide campagne veraci e boschi fitti. Qui, presso il passo della Spugna, raggiungibile con una bella strada di montagna in parte sterrata, si raggiunge il parco faunistico di Ranco Spinoso.
Come ci spiega l’accompagnatore volontario, il parco raccoglie gli ungulati tipici di queste zone (cervi, daini e mufloni) che si muovono liberi tra praterie e boschi di cerro (un tipo di quercia). Nei dintorni del parcheggio si apre una bella area attrezzata per pic nic comprensivo anche di una cucina, tutto aperto nei giorni festivi da Aprile a Settembre.
La vera attrazione inizia alle 16 in punto, quando inizia la gita accompagnata da magnifici volontari, a prezzi assolutamente popolari, all’interno del parco faunistico.
La guida ci mostra da vicino branchi liberi di daini e caprioli tra cui spicca Gino, l’unico ad avere una piena confidenza con l’uomo e a farsi volentieri accarezzare dai bambini le orecchie e le corna vellutate.

I volontari richiamano i branchi che come ombre furtive corrono tra gli alberi e improvvisamente si riuniscono nei grandi prati del crinale, da dove si gode una splendida vista sull’Appennino Marchigiano.
Si cammina molto tranquillamente lungo un percorso adatto a tutte le età (ma non quattroruote), attraversando prati e boschetti per due ore assolutamente rilassanti.
Tutte le informazioni preso il sito dell’Unione dei Comuni della Valtiberina.