25 Aprile: raccontare la storia di Pievecchia, in Valdisieve

25 Aprile: raccontare la storia di Pievecchia, in Valdisieve

Oggi parliamo di liberazione e la domanda più difficile a cui poter rispondere è: liberazione da cosa? Liberazione da un esercito che ci ha invaso, non certamente il primo ma vorremmo che fosse l’ultimo. Liberazione da una ideologia che ci aveva portato allo sfacelo della guerra prima e all’umiliazione dell’invasione poi, per ricordarci di non aprire mai più la porta del nostro paese a chi, Italiano o straniero, odia la pace e la libertà.

Una storia difficile da raccontare
Questa è una storia difficile da raccontare ai bambini, anche se è una storia che è nostro dovere affrontare, sia pure con la sensibilità che un bambino richiede. È una storia iniziata nel tardo pomeriggio dell’8 Settembre 1943, quando una parte dell’Italia sembrò risvegliarsi da un lungo sonno ipnotico mentre un’altra parte si sentì tradita nei principi fascisti con cui era cresciuta per venti lunghi anni. Tra di loro due eserciti: quello tedesco, che aveva invaso il nostro paese per poi ritirarsi progressivamente verso Nord, e quello anglo-americano, che avanzava da Sud. Un anno dopo si direbbe che l’esercito tedesco sia sull’orlo di una crisi di nervi, assediato sulla sua ultima linea difensiva in Italia, un fronte che corre lungo il crinale appenninico e che non può e non deve essere perduto. Le cose vanno molto male per l’esercito tedesco, che reagisce come una belva ferita.
Ma la cosa più dolorosa è la guerra che oppone Italiani contro Italiani, partigiani contro fascisti. I fascisti si sentono irrimediabilmente traditi e hanno ormai perso ogni rispetto per la popolazione civile, non si fanno problemi a guidare e persino partecipare alle incursioni che, sempre più spesso, l’esercito tedesco organizza come rappresaglia contro gli attacchi della Resistenza.
Il senso della rappresaglia è chiaro: quando anche un solo tedesco muore in un attacco partigiano si cercano i responsabili; se non si trovano ci si rivolge contro la popolazione civile, senza preoccuparsi di sesso o età. Le rappresaglie fiaccano il morale, privano la Resistenza di simpatia e appoggio, favoriscono la delazione. Non esiste vallata appenninica che non ricordi un massacro di civili inermi, spesso uccisi in modo barbaro e disumano, per aumentare il sentimento di terrore nella popolazione e forse, in parte, per sadismo e vendetta. Gli attaccanti sono vestiti in uniforme della Wehrmacht ma troppo spesso c’è chi riconosce un volto, una persona nota, sente parlare italiano con un accento fin troppo familiare. Vallucciole in Casentino, San’Anna di Stazzema e Vinca in Apuane, Marzabotto in Appennino Bolognese sono solo alcune tappe della lunga scia di morte lasciata tra il 1943 e il 1944.

Una storia come tante: l’eccidio di Pievecchia
Una storia difficile può essere più facilmente raccontata passeggiando tra i prati fioriti di una primavera fresca come quella di quest’anno.
La Pievecchia è un piccolo borgo stretto intorno a un antico castello la cui torre spicca agile sul versante occidentale della Valdisieve. Siamo in periodo di restrizioni da pandemia e restiamo così all’interno del nostro Comune, andando a visitare un muro da cui nasceranno delle domande.
L’8 Giugno del 1944 un gruppo di partigiani proveniente da Monte Giovi entra nella caserma repubblichina di Pontassieve e ruba armi e munizioni; nella confusione che era la norma di quegli anni anche alcuni carabinieri approfittano per disertare e si uniscono alla pattuglia. Lungo la via di ritorno il gruppo si ferma alla Pievecchia ma in una delle case vi trovano due soldati tedeschi. Ne segue uno scontro in cui uno dei due soldati muore. È rappresaglia: i tedeschi rastrellano tutti gli uomini che possono trovare li uccidono a colpi di mitra nel giardino della villa. 14 civili, neppure coinvolti nell’azione, perdono la vita: tra di loro due ragazzi di 17 anni. Alcuni dei fori lasciati dai proiettili sono conservati ancora oggi a memoria di un mondo così diverso dal nostro eppure così recente.

Il sentiero
Il sentiero inizia nella parte alta di Pontassieve, in zona via del Capitano: si può parcheggiare l’auto in vari spiazzi a fianco della strada e seguire i segnavia CAI rossi e bianchi con indicazione 7 (sentiero CAI) e SM (Sentiero della Memoria). Se vogliamo seguire un anello non troppo lungo seguiamo il sentiero 7 anche quando il SM devia verso destra, e continuiamo a salire immersi in boschetti di lecci e cipressi per circa un’oretta (passo di bambino) fino a raggiungere la cima di Poggio Bardellone, che riconosceremo per la strana piccola scultura che ricorda una croce con un ferro di cavallo.
Seguiamo a questo punto il bel crinale praticamente in piano, sempre immersi nel bosco, per poi scendere di poco e incontrare una antica edicola settecentesca, posta all’incontro di strade oggi dimenticate ma un tempo fondamentali per gli spostamenti nel contado fiorentino.
Arriviamo brevemente alla strada asfaltata nei pressi di Montefiesole e prima del borgo di Tassinaia, e proseguiamo dritti per poche decine di metri incontrando una mulattiera sconnessa sulla destra. La tradizione la indica come strada romana, o romanica: di certo poco più avanti si vedono le tracce evidenti di un antico tracciato, e altrettanto certamente la strada doveva condurre a qualche passaggio via barca attraverso la Sieve, per poi ricongiungersi con l’antichissima via dei Sette Ponti.
Si segue sempre la mulattiera continuando dritti e in discesa, senza cambiare direzione quando questa incrocia altre strade, e in mezz’ora di discesa si arriva alla Pievecchia.
Sulla sinistra, lungo la strada, è ben evidente il muro ancora forato dai colpi di mitra dei tedeschi.
Si torna a seguire i segni rossi e bianchi sulla sinistra, questa volta sono i segni del Sentiero della Memoria che, dopo un breve tratto asfaltato tra i campi, diviene sterrato ed entra nel bosco, correndo sempre in piano, supera un vecchio cimitero, e infine scende e poi brevemente risale a una vecchia colonica abbandonata dalla vista magnifica su tutta la Valdisieve e il Pratomagno: da qui in mezz’ora di discesa si rientra all’incrocio con il sentiero 7 e poi al parcheggio. Naturalmente si può percorrere questo tratto del Sentiero della Memoria in senso inverso, accorciando enormemente il tragitto necessario per arrivare alla Pievecchia. Tutto il giro richiede circa 3 ore; la metà se si percorre solo il SM, andata e ritorno per lo stesso tragitto.

Download file: pievecchia.GPX

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