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Il Lago Nero all’Alpe delle Tre Potenze

Si racconta che costruendo la strada che avrebbe collegato due piccole potenze del passato, il Ducato di Modena e il Granducato di Toscana, gli operai si trovarono di fronte un abete colossale, che non bastavano quattro uomini per abbracciarlo: l’albero secolare fu abbattuto ma il suo ricordo restò immortale nel nome di questo valico, Abetone. In epoca di gerarchi e italici orgogli qui si investì per farne la prima stazione sciistica della Toscana e ancora oggi l’Abetone è il comprensorio per gli sport invernali più grande e meglio attrezzato; eppure, al di fuori degli impianti e delle piste, questo crinale tra due regioni è ricco di creste rocciose e valloni dall’aspetto alpino che ospitano splendidi laghi morenici.

L’itinerario
L’itinerario parte dall’Orto Botanico dell’Abetone, che si raggiunge poco prima della località Le Regine, svoltando per Pian di Novello e quindi tenendo ancora la destra.
L’orto botanico stesso è una stupenda tappa turistica per i bambini: si sviluppa come un sentierino che percorre i diversi ambienti della Montagna Pistoiese (rocce, acquitrini e laghetti, la brughiera, la foresta), una sorta di riassunto ben descritto di tutto ciò vedremo nel resto del percorso.
Parcheggiata l’auto alla fine della strada asfaltata si supera la sbarra e si prosegue lungo la strada sterrata (segnavia 104 che seguiremo fin quasi al lago) che costeggia il torrente Sestaione, con le sue belle cascatelle e le pozze invitanti. Il percorso si fa via via più ripida e con un’ ultima tirata, abbastanza faticosa per i bambini, in circa 45 minuti dalla partenza (velocità di bambino) raggiunge il rifugio detto la Casetta dei Pastori, in realtà un grazioso bivacco in pietra circondato da una fresca area per picnic, con tavolini e una fonte di acqua fresca. Inutile dire che qui conviene fare una sosta rilassante.

Da qui il sentiero sale ancora più ripidamente, per quanto sempre largo e ben segnato, per un tratto breve che però, data la pendenza, richiederà non meno di mezz’ora o quaranta minuti fino al bivio con il sentiero 102, che lasceremo a destra; noi proseguiamo a sinistra lungo il 104 che torna a salire prima leggermente, poi in maniera più decisa, su un fondo un po’ scomodo, con grossi sassi, ma sempre sicuro e ottimamente segnato. Dopo poco un breve tratto pianeggiante ci porta a una faggeta, molto caratteristica con i suoi tronchi contorti nel loro adattarsi alle intemperie; si inizia a risalire sulla sinistra con l’ultimo tratto in decisa pendenza fino alla fine del bosco: all’improvviso lo sguardo, libero dagli alberi, si apre su un grande vallone che non si percepiva fino a pochi istanti prima; le creste rocciose, il sole che inonda i prati di mirtillo e ginepro, i bassi abetini sparsi qua e là hanno un deciso aspetto alpino. Con le bambine ho impiegato circa un’ora e mezza dal rifugio (dal parcheggio poco più di due ore velocità bambino, non considerando eventuali lunghe soste).
Pochi minuti e siamo già in vista del rifugio non gestito del Lago Nero e da qui al sottostante lago.

Il Lago Nero
In un giorno di sole estivo il Lago Nero è in realtà di un bel verde smeraldo, sembra una pietra preziosa incastonata nelle brughiere di mirtilli e tra le rocce scoscese. Le sue acque cristalline ospitano una quantità incredibile di vita, tra cui tantissimi tritoni e numerose sanguisughe, forse un po’ inquietanti ma anche sicuri testimoni di assenza di qualsiasi inquinamento. Sopra il lago troneggia l’Alpe delle Tre potenze, il cui nome ricorda un tempo antico in cui qui si incontravano i confini di ben tre stati della non ancora Italia: il Ducato di Modena, il Ducato di Lucca e il Granducato di Toscana, le tre potenze appunto. Più in là le vette dei Denti della Vecchia e del Monte Gomito, tutte cime ben note a chi ama sciare in questo comprensorio (si intravedono infatti gli impianti di risalita) ma che da questo lato mostrano un inatteso aspetto selvaggio.

Le Casette dei Pastori e la guerra partigiana
Il rifugio chiamato Casette dei Pastori erano in origine una malga, ma ci fu un periodo in cui il suo pacifico ruolo di riparo per i pastori fu stravolto dagli eventi bellici.
Su queste montagne e tutto il resto del crinale Tosco-Emiliano, alla fine della seconda guerra mondiale, si svolsero le azioni della più dura lotta partigiana d’Italia, e le più sanguinose rappresaglie nazifasciste nei confronti dei combattenti partigiani e delle popolazioni civili.
I partigiani vivevano estate ed inverno tra i boschi, agendo con azioni che oggi definiremmo di guerriglia, cioè sabotaggi, attacchi di disturbo, prese di posizioni; per quanto di potenzialità limitata queste azioni avevano un importante effetto di disturbo proprio perché effettuate in un’area strategica, la cosiddetta Linea Gotica che separava il Sud, già in buona parte liberato dagli Alleati, dal Nord, ancora strettamente in mano delle truppe nazifasciste. Tutti, partigiani e civili, cercavano di resistere aspettando l’arrivo delle truppe Anglo-Americane.
Nell’estate del 1944 le Casette dei Pastori furono teatro di tristi eventi di guerra; in quei giorni il rifugio era utilizzato come magazzino per i viveri dai partigiani della zona, che erano parte della formazione della cosiddetta Banda Pippo, dal soprannome del loro capo, il pistoiese Manrico Ducceschi.
Le truppe nazifasciste attaccarono il rifugio e uccisero otto giovani partigiani (un nono fu catturato e di lui non si seppe più nulla), il cui sacrificio è ricordato da un cartello nei pressi della costruzione e da una croce di pietra scolpita da tre scultori locali.

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