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Il cavaliere senza testa e altre storie da brivido in Pratomagno

Si racconta che sul fondo del Pozzo Belicato, una pozza del Borro di San Clemente, viva (si fa per dire) l’anima di un cavaliere, ogni giorno imprigionato dall’acqua gorgogliante finché il sole scompare dietro i lontani monti del Chianti. Ma quando scende la notte, come nella leggenda di Sleepy Hollow, gli abitanti scorgono il cavaliere senza testa vagare senza pace alla ricerca della sua importante appendice. Certamente il cavaliere vorrebbe trovare la sua, di testa, ma in mancanza di questa si dice sia ben disposto ad accontentarsi di quella del primo sventurato viandante che di notte si aggiri tra questi boschi. Poco sopra il Pozzo Belicato c’è una mulattiera che scende dalla strada asfaltata e risale poi l’altro versante biforcandosi per raggiungere da una parte Loro Ciuffenna, dall’altra il paese di Trappola. La mulattiera scavalca il torrente con un ponte antico e molto bello, ma guai a transitarvi in certe notti: il cavaliere sarà lì ad aspettarvi, proprio come il cavaliere della zucca della più famosa leggenda di Halloween, e certamente vi chiederà di regalargli la vostra testa.
A proposito di Halloween, non molti sanno che in tutta la Toscana centro-settentrionale esisteva già da secoli la tradizione di svuotare una zucca per farne una maschera spaventosa. Proprio nella notte precedente la festa di Ognissanti i ragazzi scavavano la zucca a forma di teschio e vi inserivano una candela trasformandola così in una lugubre lampada. In Toscana la zucca-lampada veniva detta Zozzo o Morte Secca ed era posta fuori casa, nell’orto, in giardino o anche su un muretto; a volte la zucca veniva vestita con degli stracci o addirittura un abito vero e proprio, così da dargli le sembianze di un vero mostro. Per lei i bambini cantavano spesso canzoncine scaccia-paura come quella che ci racconta Luigi Pruneti nel libro “A volte s’incontrano”: Morte Secca rimbombona, ha impegnato anche la corona!

Il nostro Appennino è tutto così ricco di storie suggestive che la scelta non è stata semplice, ma infine ho deciso di tornare ancora in questo angolo del Pratomagno alla ricerca di luoghi da brivido.
Rocca Ricciarda è nato come castello dei Conti Guidi, che in epoca feudale dominarono queste terre; sta arroccato come un’aquila che perlustri il suo sconfinato territorio di caccia, incastonato in una rupe da cui sembra uscito come una gemma dal ramo di un albero; sopra di esso dominano i ruderi dell’antico maniero dei conti Guidi; intorno alle case, una foresta densa e fitta che stringe il paese quasi fosse un oceano sul punto di inghiottire una barca; e infine, in fondo al paese, il Cimitero Vecchio. Si chiamano cimiteri vecchi quei luoghi di sepoltura costruiti in prossimità dei paesi prima del 1800, cioè prima del decreto Leopoldino (e poi Napoleonico) che, per motivi di salute pubblica, comandava che i cimiteri fossero posti lontano dai paesi, recintati e in posti arieggiati, nella forma quindi che conosciamo oggi.
Il Cimitero Vecchio di Rocca Ricciarda era in realtà un ripiano roccioso nelle vicinanze del paese; qui si aprivano due grandi spaccature nelle quali venivano calati rispettivamente i cadaveri delle donne in una, quelli degli uomini nell’altra; quindi, il buco veniva coperto da un pesante chiusino in pietra. Nel 1700 le due fenditure furono racchiuse in un piccolo edificio in pietra che oggi gli abitanti chiamano “cappellina” e che rimane ben visibile da tutti i lati. E’ un luogo carico di emozione e sostandovi non si può fare a meno di rimanerne suggestionati.

Un altro luogo ricco di suggestione è la spada nella roccia. Non so bene chi e perché abbia deciso di forgiare una spada secondo le originali tecniche e forme del medioevo feudale, e sopratutto perché l’abbia poi bloccata in una pietra su una delle cime dell’ampio crinale del Pratomagno; forse in memoria delle popolazioni del Casentino che, nell’alto medioevo, fuggirono quassù dall’invasione dei Goti di Totila e, come racconta lo storico Procopio di Cesarea: “macinavano ghiande di quercia come fossero grano e ne facevano pane, che poi mangiavano. Ne conseguiva che i più fossero colti da malattie d’ogni genere, e solo alcuni riuscirono a salvarsi”.
Fatto sta che con una facile passeggiata, sia partendo dalla Croce del Pratomagno che dalla cima delle tre Punte, si raggiunge il cocuzzolo dove, come nella leggenda del Re Artù, una spada è infissa nella roccia.
Memori di generazioni di furboni che più volte hanno danneggiato la vera spada nella roccia di San Galgano, vicino Siena, costringendo infine i custodi a proteggerla con una calotta in plexiglass, ricordiamoci di non danneggiare neppure questa, di non tentare di estrarla dalla roccia (non diverreste comunque re di Britannia) e di pensare, come sempre, ai diritti di chi verrà dopo di noi.

Come arrivare in questi luoghi
Per arrivare alla spada nella roccia si percorre uno dei sentieri più panoramici di tutto l’Appennino, quindi consiglio assolutamente questa escursione. Si parte dal piazzale di Monte Lori che si raggiunge da Loro Ciuffenna e quindi ancora in auto su per le frazioni montane, Chiassaia (con bar-forno che fa una fantastica schiacciata), Anciolina, quindi a destra per un tratto della Panoramica e infine l’ultimo tratto di strada fino al piazzale. Da qui iniziano già i cartelli che indicano la spada nella roccia, 40 minuti dal parcheggio (con i bambini ci vuole un’ora). In ogni caso si segue il sentiero di crinale 00 che inizialmente sale seguendo una strada forestale nella faggeta, quindi raggiunge il crinale principale e si apre su una vista lunghissima, dall’Amiata alle Apuane. Sul crinale si continua a camminare per un breve tratto, infine si lascia il sentiero principale e seguendo le indicazioni della spada si raggiunge un cocuzzolo incredibilmente panoramico, e la spada è lì solitaria di fronte a noi.
Rocca Ricciarda, che fino agli anni 70 si raggiungeva solo a piedi, oggi si raggiunge comodamente in auto; conviene fermarsi all’inizio del paese, in prossimità di una grande roccia liscia che invita i bambini ad una arrampicata facilissima ma molto gustosa, soprattutto per la vista che si gode in cima. Attraversato tutto il paese si arriva infine al cimitero vecchio. Il paese, comunque, è bellissimo e merita già di per sé una visita; ci si aggira per le vecchie case basse, si passeggia lungo i vicoli strettissimi, si sale fino alla vertiginosa rocca, e volendo si mangia che più casareccio non si potrebbe all’Osteria Bar La Rocca (avvertire o chiamare prima).
Il Pozzo Belicato, infine: non è stato facile trovare il luogo della leggenda, l’ho riscoperto seguendo la vecchia mulattiera che scendeva da Trappola per poi scoprire di trovarmi a pochi metri dalla strada asfaltata.
Lungo la strada che scende dall’incrocio, che a destra porta alle frazioni montane e a sinistra indica per la Trappola, si incontra una prima casa in pietra sulla destra: trenta metri prima una strada sterrata chiusa da una catena scende nel bosco, incontra il ponte antico e si dirama poi nelle vecchie mulattiere che prendevano le varie direzioni; seguendo quella che costeggia il torrente si trova quasi subito una pozza d’acqua con cascatella, il Pozzo Belicato.

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