Le vie cave degli Etruschi: Sorano, Sovana e Vitozza

Le vie cave degli Etruschi: Sorano, Sovana e Vitozza

Il sentiero avanza verso una imponente parete di roccia, sembra doversi arrestare di fronte alla muraglia ma invece si incunea in un profondo intaglio che precipita dall’alto, nella direzione della luce, mentre noi procediamo sul fondo di una gola fresca e umida, tappezzata di felci e muschi. Le chiamano vie cave, tagliate, o anche vie buie. Sono gli etruschi che le hanno iniziate a scavare e sul perché lo fecero esistono molte teorie e poche certezze. Probabilmente ciò che a noi risulta misterioso sarebbe stato del tutto naturale nel mondo etrusco, dove vita comune e magia, praticità e religione erano mondi ancora non separati.
Abbiamo visitato a più riprese le vie cave più belle dell’Etruria, concentrate nella Toscana meridionale, tra Sorano e Sovana.
Le vie cave non hanno una specifica epoca storica ma piuttosto le hanno attraversate tutte: sono state sistema viario per i Romani, connettendosi alla antica via Clodia che collegava Roma a Saturnia; sono state luoghi mistici in epoca medievale, utili per gli spostamenti ma così inquietanti da suggerire di proteggerli con cappelline e croci che ancora oggi conosciamo come scacciadiavoli. Oggi le vie cave sono anche ambienti naturali eccezionali che conservano microclimi freschi e umidi ben distinti dalla macchia mediterranea che li circonda.

Le vie cave di Sovana
Parcheggiando non lontano da Sovana lungo la strada provinciale che porta verso Manciano si possono percorrere due splendide vie cave, probabilmente parte di un reticolo di vie che le collegava la vicina Pitigliano.
Tramite un passaggio pedonale lungo la strada si raggiunge prima la Via cava di San Sebastiano, forse una delle più affascinanti: ci si trova stretti in una gola larga meno di due metri e alta decine, così stretta che in alcuni punti si possono toccare entrambe le pareti. Dopo un breve tratto lungo il fondo della via si inizia a salire raggiungendo un piccolo e suggestivo eremo medievale scavato nella roccia e sospeso sulle pareti strapiombanti. Solo le croci incise nella viva roccia ci ricordano di essere in un luogo cristiano e frequentato anche in tempi non antichissimi.
Tornando indietro e procedendo a destra, faccia a valle, si segue il sentiero che raggiunge le tombe etrusche della Necropoli di Sopraripa e della Tomba della Sirena.
Rientrati al parcheggio si può stavolta salire sul versante opposto raggiungendo la Via cava del Cavone, più larga della precedente ma non meno misteriosa. In alto a sinistra si nota una svastica incisa che ci ricorda che questo simbolo aveva potenti valenze magiche positive, millenni prima che se ne appropriasse la logica malata del nazismo, scolpita lì a rappresentare lo scorrere della vita e delle stagioni.
Accanto c’è una scritta, in etrusco, da destra a sinistra: VERTNE, forse un nome con riferimento a Veltha, antica divinità italica che presiedeva al ciclo delle stagioni: da esso derivò il dio romano dei mutamenti Vertumno, e ancora oggi usiamo la parola “vertere” per intendere un cambiamento.
Verso Ovest si incontra una stupenda area archeologica, a pagamento, nota per alcune bellissime tombe come la Tomba Ildebranda e la Tomba dei Demoni alati, oltre a un tratto affascinante della antica via Clodia in forma di via cava.

Le vie cave di Sorano
La via cava di San Rocco si può raggiungere agevolmente dall’ingresso all’area archeologica, lungo la strada che prosegue per Sovana: la via risale ripida dalla valle del fiume Lente fino alla provinciale, ma iniziandola dalla strada si percorrerà in discesa e poi di nuovo in salita.
Una alternativa, lunga ma di grande soddisfazione, è quella di arrivare fin qui dalla città rupestre di Vitozza, che inizia presso il paese di San Quirico (indicazioni e parcheggio). Il sentiero è per lo più comodo e ben praticabile, in generale comunque ben segnalato da piccoli cartelli. Si inizia attraversando le grotte di Vitozza, una città rupestre scavata nel tufo e abitata fino agli inizi dell’Ottocento.
Passate le grotte e visitai i colombari, il cimitero della città scavato anche esso nella roccia, il sentiero scende verso il fondovalle per seguire il fiume Lente. Ormai quasi a Sorano percorre circa 400 metri di strada provinciale (da fare attenzione al traffico) per poi tornare nella macchia e concludere con la ripida e suggestiva salita di San Rocco.
Il percorso non è ad anello, dunque si possono usare due auto oppure si deve tornare per la strada dell’andata; la sola andata richiede circa 2 ore ed è tutta in leggera discesa o in piano ad eccezione del breve tratto in salita della via cava. In alternativa, come la via cava, anche Vitozza è visitabile a parte senza dover percorrere tutto il sentiero.

Streghe vere e orchi da cinema
Non c’è alcun dubbio che questi luoghi ispirino un profondo senso di mistero. Pur rappresentando comode vie di transito, l’aspetto arcano delle vie cave suggeriva di non frequentarle dopo il calar del sole, pena il doversi raccomandare alla protezione delle croci incise e delle nicchie votive dette, non a caso, scacciadiavoli.
Ancora oggi la suggestione è grande, come lo è sicuramente stata per il regista Matteo Garrone quando ha ambientato qui la fuga della principessa Viola dall’inseguimento dell’orco nel film “Il racconto dei racconti” (Tale of Tales), del 2015.
Luoghi magici a volte testimoniati persino dalla Storia, come nel caso delle grotte di Vitozza. Intorno al 1850 in una di queste grotte visse Agostina la Rossa, detta così per il colore fulvo dei suoi capelli, un particolare che le comunità rurali di quel tempo ritenevano insolito e fin troppo ammaliante. Agostina aveva qualche capra per assicurarsi latte e un po’ di formaggio, ma non era quello il suo mestiere. Agostina era levatrice ed esperta di erbe, faceva pozioni e unguenti utilizzando le piante del bosco. Ce n’era abbastanza perché fosse conosciuta come l’ultima strega della Maremma. Agostina visse qui con le sue capre e le sue erbe, divenendo l’ultima abitante della città rupestre di Vitozza: la sua grotta è ancora ben visibile, con il lettuccio scavato nella roccia dove Agostina, piccola di statura, dormiva; il forno del pane, i buchi dove lasciava le erbe a essiccare, la croce scolpita come unica consolazione nelle notti più scure.

Alle vie cave di Sovana

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Da Vitozza a Sorano

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