Le grotte di Equi

A Equi, alla scoperta delle grotte dei Neanderthal

Equi terme è una piccola perla per intenditori: il paese vecchio ancora serra col suo aspetto feudale la forra che scende dalla grande parete nord del Pizzo d’Uccello, le case costruite nella grigia pietra locale sono perennemente addobbate per il famoso presepe vivente e anche d’estate si passeggia tra strette viuzze, pagliai e capanne di tronchi.
In fondo al paese, all’ingresso della gola, inizia il parco delle Grotte d’Equi, un luogo pieno di fascino che che si apre come una porta verso il mondo della preistoria.
Equi è una continua scoperta di torrenti e ponti antichi, grotte e caverne, tracce dell’antico passato di queste montagne. La piccola piazzetta è attrezzata con dei bei tavolini coperti in legno e una stupenda fontanella, a lato una pietra incastonata nel muro riporta le sembianze delle antichissime steli antropomorfe della Lunigiana.

Le grotte d’Equi
Il gioiello di questo paese è il museo all’aperto delle grotte di Equi. Analogamente ai musei all’aperto del nord Europa, anche questo piccolo museo raccoglie tante meraviglie collegandole con un percorso facile e ben mantenuto.
L’ingresso è già pieno di fascino per i bambini: si entra in un vecchio mulino rimesso e vi si trova la ricostruzione di un orso delle caverne (ursus spelaeus), un enorme vecchio maschio in atteggiamento minaccioso, impennato sulle due zampe posteriori, le fauci spalancate, pronto ad attaccare. Intorno all’orso dei semplici pannelli e qualche ricostruzione illustrano gli antichi abitatori di queste terre durante l’ultima glaciazione, 20mila anni fa.
Dall’edificio si scende rapidamente verso le grotte, visitabili solo con la guida. Il percorso è semplice e non faticoso ma richiede autonomia (quindi bambini minimo 3-4 anni, non sono ammessi genitori con i bimbi nello zainetto e tantomeno nel passeggino), i passaggi sono abbastanza angusti da richiedere l’uso del casco da speleologo per non battere la testa. La grotta è carina, forse non spettacolare ma simpatica; noi siamo entrati in primavera e, forse per la stagione, le pareti erano piene di pipistrelli pronti al risveglio dopo il letargo: i pipistrelli sono animali dal fascino misterioso e inquietante e trovarli vicini a noi, così piccoli e indifesi, è stata una bellissima scoperta per i bambini. La guida ha anche preso per qualche minuto in mano uno dei chirotteri facendo scoprire ai bambini questo animale utile ma sempre più raro.
Usciti fuori, il percorso, sicuro e ben manutenuto, da percorrere ancora con il casco in testa, conduce prima a un piccolo ponticello medievale, poi verso destra un sentiero si inerpica verso la montagna (un po’ faticoso ma breve) fino a una enorme caverna, la Tecchia: qui quaranta anni di scavi hanno portato alla luce un incredibile deposito di ossa di animali che oggi vivono nelle aree alpine più elevate (camosci, stambecchi, marmotte) o sono del tutto scomparsi (leoni di montagna, orsi delle caverne) e, accanto ad esse, pietre e strumenti dell’uomo di Neanderthal. L’altro ramo del sentiero prosegue lungo il fiume ed è percorribile solo se nessuno sta percorrendo la zip line (cavo con la carrucola), chiedete alla guida di aprirvi il sentiero; il percorso conduce a una bella sorgente carsica che sgorga direttamente dalla montagna e a marmitta, cioè una sorta di vasca di pietra scavata dal moto vorticoso dell’acqua che modella le rocce come una gigantesca e lentissima fresa, usando gli stessi ciottoli del fiume come abrasivo. In tutto il percorso si osservano piante e fiori di queste montagne, segnalate e descritte da appositi cartellini.
La biglietteria è all’ingresso del paese. La stagione migliore per la visita è forse proprio la Primavera, anche se è necessario verificare gli orari di apertura che sono più diradati rispetto all’Estate. Durante il periodo natalizio Equi è famoso sia per il suo storico Presepe vivente, sia per l’ormai tradizionale volo della Befana che plana da un lato all’altro della spettacolare gola.

Il Solco d’Equi
Sempre nelle vicinanze di Equi c’è il famoso Solco: una valle stretta, quasi una forra, con una strada nata per il trasporto del marmo dalle cave ai piedi del Pizzo d’Uccello. La strada costeggia il fiume (i primi 500 metri non sono proprio belli, si può eventualmente parcheggiare al brutto edificio abbandonato all’inizio delle gole) per poi addentrarsi nelle gole, da dove si gode un crescendo di viste spettacolari sulla nord del Pizzo e la cresta di Nattapiana. Due gallerie scavate nella roccia fanno la gioia dei bambini; ci si riposa all’inizio delle cave o presso la Madonna dei cavatori. In tutto un paio di chilometri per un centinaio di metri di dislivello. Purtroppo i segni dell’attività di cava sono violentemente presenti ovunque e rendono il luogo molto meno poetico di quanto mi aspettassi.
Ultimo coniglio, non lasciate la Lunigiana senza aver provato i testaroli al pesto

Vita di 30mila anni fa
Siamo uomini preistorici. Per la precisione, siamo una famiglia di uomini di Neanderthal. Risaliamo un torrente molto più impetuoso di oggi, un vero fiume in piena che nasce dallo scintillante ghiacciaio perenne che si intravede in alto, tra le montagne. Qui intorno ci sono foreste di abeti e larici, fa fresco anche se è estate e di mattina il freddo morde le ossa. In alto, sulle cime più elevate, nonostante la stagione inoltrata c’è ancora neve. Sopra di noi volteggiano le aquile, con la loro vista acuta cercano una facile preda tra le marmotte che fischiano e saltellano nelle radure. Sulle rocce, più in alto, grossi stambecchi saltano agili.
Dobbiamo trovare una grotta per rifugiarci perché questo è un mondo pieno di pericoli.
Più a valle si sente ruggire un leone: è lontano e forse non sta nemmeno cacciando, altrimenti ci piomberebbe addosso silenzioso come solo i felini sanno fare.
Dal versante del torrente vediamo una caverna, là in alto dall’altra parte della valle. Non sarà facile guadare il fiume, le acque sono impetuose e la corrente pericolosa. Per fortuna un grosso abete è crollato creando un ponte da una sponda all’altra: la famiglia traversa con molta attenzione, i piccoli sono portati dal padre che fa più di un viaggio spostandosi seduto sul grosso tronco; è una famiglia grande, non come quelle che conosciamo noi ma un vero clan, fatto di nonni, tanti zii, tanti cugini, genitori e fratelli, per attraversare il torrente ci vorrà tutta la giornata. Poi sarà la volta degli attrezzi, delle armi, delle pelli e degli altri oggetti. Infine sarà la volta del tizzone con cui accenderemo il fuoco, l’oggetto più prezioso posseduto dalla nostra famiglia.
Una volta guadato il torrente iniziamo a risalire per il pendio alberato facendoci strada tra i cespugli fino alla caverna. Per primi entrano i guerrieri, gli uomini giovani e più forti del clan, che vanno a perlustrare l’anfratto: scacciano un istrice e un tasso, è andata bene, nessun predatore si era nascosto qui. Delle grosse ossa giacciono da un lato della grotta, sono ossa di orso, sarà meglio accendere un fuoco.
Qualcuno mangia un pezzo di carne di stambecco, qualcuno batte su una selce costruendo una punta sempre più affilata. Il guerriero più anziano del clan ha tante grosse cicatrici sul corpo, si è salvato per miracolo da una sola zampata di un grosso maschio di orso delle caverne che aveva attaccato il gruppo, altri guerrieri non sono stati altrettanto fortunati; la sera, intorno al fuoco, ricorda ancora una volta quei momenti, e sembra di vedere l’enorme animale ruggire contro i cacciatori e provare solo fastidio per le lance che qualcuno è riuscito già a conficcargli nella pelle dura. E’ l’ora di dormire, domani i cacciatori saliranno verso il ghiacciaio in cerca di prede.
Fa molto freddo stanotte, anche se è estate: siamo a 20mila anni fa, in piena glaciazione, e queste sono le stesse montagne in cui ci troviamo oggi.