Vapori e appicchi dal rifugio: il Pizzo delle Saette

Al Rifugio Rossi, tra le tane del Linchetto in Apuane

C’era una volta un mondo in cui il buio dominava le notti e nulla lo poteva interrompere; in quei tempi il calare della sera era il confine tra il dominio degli uomini e quello dei folletti, delle fate e degli altri esseri magici che dalle montagne scendevano fino alle vecchie case dei paesi. Oggi, con la luce che domina anche di notte, l’unica speranza per incontrare questi esseri buoni ed antichissimi è di salire fino a loro sulle montagne più elevate e passare una notte nel rifugio più alto delle Apuane, il rifugio Enrico Rossi.
Il sentiero sale continuo per 600 metri e per un bambino di quattro anni è sicuramente una grande sfida da affrontare con pazienza (degli adulti) e tempo a disposizione: salire in due ore sarà stata decisamente una grande prova.
Per fortuna, in cima ci aspettano meraviglie da favola: prati verdissimi, rocce altissime, e naturalmente un bellissimo rifugio dove mangiare e riposare nella piccola baita dal sapore di altri tempi.

Il sentiero al rifugio Rossi
Dalla statale della Garfagnana, uscendo a Gallicano, si sale per Molazzana, quindi per Alpe di Sant’Antonio, infine indicazioni per Rifugio Rossi. Nota un po’ noiosa: il comune di Molazzana richiede il pagamento del parcheggio nei 4 chilometri di strada finale, al costo di 3 euro per ogni giorno solare (quindi fino alla mezzanotte) e da pagare inserendo solo monete nell’apposita macchinetta. La strada finisce presso la cappellina del Piglionico dedicata ai partigiani che hanno combattuto su queste montagne: di fronte, già l’imponente massiccio roccioso del Pizzo delle Saette e della Pania. Da qui inizia il sentiero 7, segnavia bianchi e rossi, che dopo un tratto in piano inizia a salire. Nel primo terzo incontra i ruderi di una grossa costruzione, un luogo molto magico che i bambini apprezzeranno. Da qui si stacca un sentierino (segnavia blu e gialli) che porta alla nuovissima Baita della Pania, di cui parliamo dopo. Nel secondo terzo, in piena salita, un brevissimo tratto vi richiederà di tenere i bambini più piccoli per mano. L’ultimo tratto vede il sentiero uscire dalla faggeta e sbucare sui pascoli in quota, che d’Agosto sono letteralmente coperti di lamponi e mirtilli (a meno che non sia un anno di siccità); il rifugio ora si vede bene e sembra a portata di mano ma ancora un po’ di salita c’è, per quanto incoraggiata dalla visione della meta. Un ultimo strappetto in finale e siamo al rifugio, un bellissimo edificio in vecchio stile, una vera casetta di montagna sperduta tra le cime rocciose. Di fronte, ben visibile, la Pania della Croce, la regina delle Apuane, la cui cima sarà raggiungibile dai ragazzi più grandi attraverso un’oretta di cammino non particolarmente difficile, e qualche passo un po’ vertiginoso ma sicuro in cresta.

Intorno al rifugio Rossi
Il rifugio è al centro di un bellissimo prato; non ci sono particolari pericoli ma attenzione al crinale sopra il rifugio, che precipita sull’altro versante: in ogni caso c’è una pesante salita per arrivarci e sarà sufficiente mettere in guardia solo i ragazzi più grandi.
Poco dopo l’uscita della faggeta ci sono alcuni spiazzi dove nelle sere d’estate qualcuno pianta la tenda. In una sera di Ferragosto anche noi abbiamo messo la tenda: un bivacco facilitato dal fatto di poter salire al rifugio a mangiare. In ogni spiazzo qualcuno ha costruito un cerchio di pietre per accendere un fuoco la sera (fuochi piccoli, occhio all’erba secca intorno).
Ricordiamoci sempre che il bivacco è tollerato, il campeggio no: quindi le tende devono essere montate verso il tramonto e smontate la mattina.
Nota importante: in tutta la Pania non c’è traccia di acqua, soprattutto d’Estate; l’acqua sta nel sottosuolo, scava le grotte ed esce molto, molto più in basso.

La salita in Pania
La chiamano la Regina delle Apuane ma forse è una regina della Toscana intera: la sua cima, segnata da una grande croce in ferro, è come la prua di una nave dalla quale l’occhio segue la linea del mare dal Golfo di La Spezia fino alla costa sotto Livorno; Lucca sembra vicinissima e così tutta la sua piana, in lontananza è visibile persino Firenze, il Pratomagno e molte cime dell’Appennino, come il Cimone e il Giovo; verso Nord le Apuane si stendono tutte sotto un unico sguardo.
Si tratta di una salita da grandi, direi almeno 7-8 anni: servono gambe lunghe abbastanza per i massi da risalire e un po’ di piede fermo per i ghiaioni.
Si prosegue oltre il rifugio lungo il sentiero sempre ben visibile e segnalato fino a una sella detta Puntone. Da qui inizia la vera salita, seguendo i segni all’interno del grande canalone, detto Vallone Dell’Inferno, forse per il suo aspetto lunare, un mondo fatto tutto di rocce e ghiaioni, grandi anfratti e scarpate scoscese: qui la neve a volte persiste indisturbata fino a Maggio.
Il percorso alterna ghiaioni (il sentiero comunque è sempre ben battuto) e roccette sulle quali sarà utile ma anche divertente usare mani e piedi; a metà percorso c’è la buca della neve, una profonda cavità sul fondo della quale la neve rimane intatta anche nelle estati più torride; da qui un tempo veniva raccolta e portata giù di corsa fino in Versilia per farne gelati.
Il sentiero termina al Callare della Pania: l’emozione è grande, il mondo sembra finire ai nostri piedi e di fronte a noi, come in un fondale di teatro, si apre un alternarsi di monti, valli, paesi e il mare vicinissimo.
Ormai siamo arrivati, già si vede la croce: dal Callare si segue verso sinistra la linea di cresta, solo in alcuni punti leggermente esposta, e in pochi minuti, con qualche passo di attenzione, si arriva alla cima.
In tutto la salita richiede minimo un’ora, e la discesa altrettanto, visto che serve un po’ di attenzione sui ghiaioni; per la salita evitate d’estate le ore mattutine più assolate e calde, o capirete perché lo chiamano Vallone dell’Inferno; nel pomeriggio invece il percorso va in ombra.

 

La Baita della Pania
La Baita della Pania è un nuovo progetto, nato da un’idea di chi gestisce lo stesso Rifugio Rossi, per organizzare un secondo rifugio a una quota intermedia, molto più prossima al parcheggio del Piglionico e quindi ben più raggiungibile da famiglie e bambini anche piccoli.
Si raggiunge dal parcheggio stesso tramite una strada sterrata (chiusa al traffico, quindi da percorrere a piedi) in circa 20 minuti, percorso adatto anche ai bambini più piccoli.
Si ragginge anche da un bellissimo sentierello panoramico che si stacca dal sentiero 7 verso il Rossi, in prossimità del rudere nascosto nella faggeta, quasi all’inizio del sentiero in salita. Noi l’abbiamo scelto come sosta in discesa, giusto prima di prendere la macchina, quindi arrivandoci dal sentiero panoramico e scendendo dopo mangiato fino al Piglionico.
Alla Baita offrono affettati di ogni tipo, formaggi pecorino e caprino, sottoli, crostata e gran finale con grappe e caffè di moka. Tutto è rigorosamente di produzione casereccia e locale, una tappa fondamentale per chi vuole andare alla scoperta dei sapori di queste montagne.

Linchetti e Buffardelli (ma anche mufloni e gracchi)
Non esiste in Toscana una terra più ricca di esseri soprannaturali della Garfagnana e delle Apuane. Signore di questi luoghi, conosciuto in tutta la valle fino a Lucca, è il Linchetto, mitico folletto che sembra viva un po’ ovunque, dalle rocce scoscese delle Apuane ai casolari della campagna lucchese e persino nei palazzi dentro le mura di Lucca.
Mia nonna, originaria di queste valli, raccontava del Linchetto con estrema serietà. Il Linchetto pare essere un omino alto mezzo metro, con un aspetto da ragazzino ma un volto da vecchio, dispettoso e burlone; la sua principale attività consiste infatti nell’infastidire persone e animali con scherzi assolutamente innocui ma fastidiosi, come sedersi sul petto di chi dorme, intrecciare i capelli delle ragazze e annodare le code dei cavalli. Liberarsi dal Linchetto però è piuttosto facile perché lo spiritello ha una debolezza: se c’è qualcosa da contare non riesce a resistere dal farlo ma essendo molto distratto continua a perdere il conto; per questo c’è chi mette una ciotola piena di farro davanti alla porta, oppure un rametto di ginepro di cui il folletto dovrà contare tutte le foglioline. Alle alte quote come queste si può incontrare un cugino del Linchetto che si chiama Buffardello, molto simile al suo dispettoso parente ma molto più gentile: se prende a ben volere una persona lo aiuta nelle cose di casa, guarda i bambini che lui adora e nei casi più fortunati aiuta a scoprire tesori nascosti. Provate a cercare il Buffardello all’ora del tramonto nei buchi e tra i cespugli di mirtilli, non sarà facile trovarlo ma se sarete fortunati lui vi mostrerà i piccoli e grandi tesori che lui conosce.
Altri esseri sono decisamente meno socievoli: Fosco Maraini, il famoso etnologo e fotografo fiorentino, raccolse le testimonianze della presenza di non meglio precisati “omobestie”.
Poco sotto il rifugio c’è la Vetricia, un misterioso paesaggio lunare dove le rocce calcaree si spaccano in mille fratture e pozzi senza fondo; qui le leggende posizionano le dimore di un numero incredibile di esseri soprannaturali e tutt’altro che benevoli.
Un’altra presenza decisamente più facile da avvistare è il muflone che frequenta soprattutto in estate questi pendii; i maschi sono i più spettacolari e hanno corna ricurve e lunghissime. Osservate anche i gracchi, uccelli neri dal becco giallo che sono i veri signori di queste montagne e in un attimo gettandosi dalle cime saranno ai vostri piedi a cercare qualche briciola.

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