Di marmo e di turismo sostenibile

Philippe Daverio, noto critico d’arte, percorrendo l’autostrada che costeggia la Versilia non può fare a meno di sentirsi “fiero di essere italiano, fiero di passare accanto ad una cava che si chiama “Michelangelo” e dalla quale è uscito il David”. Il suo punto di vista è ovviamente condiviso da milioni di persone in Italia e nel Mondo ad eccezione, forse, di coloro che, abitanti o meno di queste vallate, risalgono le vallate apuane con l’intenzione di percorrere a piedi queste belle montagne.
In alcune parti delle Apuane le cave aprono profondi tagli nei versanti e vi incastonano quelle che possono essere viste come enclaves di periferia industriale, con enormi pareti lisce come specchi che torreggiano su riverberanti piazzali di manovra, macchinari parcheggiati, copertoni e silos abbandonati. L’esperienza di un sentiero di montagna che si perde in un piazzale di cava è la più comune e la più negativa che si possa fare nelle Alpi Apuane. Questo doppio punto di vista si manifesta anche all’interno delle comunità locali e si trasforma in una guerra civile verbale e spesso anche fisica, con veri atti di guerriglia operati da entrambe le parti.


Nel solo distretto di Carrara ogni anno si estraggono circa 1 milione di tonnellate di blocchi (dato 2016), per lo più destinati al mercato dell’edilizia di lusso, e 4 milioni di tonnellate di detriti, essenzialmente per tutti gli usi industriali del carbonato di calcio puro e del pietrame di alta qualità (es. per le massicciate delle ferrovie): in tutto stiamo parlando di circa 2 milioni di metri cubi di roccia asportata, come se gli ultimi 100 metri della cima della Piana della Croce venisse asportata ad ogni primavera.
L’industria del marmo è antecedente alla creazione del Parco delle Apuane per cui l’attività estrattiva esiste anche all’interno dei limiti del parco stesso: i promotori dell’attività insistono sul fatto che le cave coprono solo il 4% del territorio, gli antagonisti ricordano che l’estrazione non riguarda solo i punti di cava ma anche buona parte delle aree circostanti, coinvolte da un enorme impatto ambientale derivante dalla produzione di polveri, rumore e vibrazioni dall’intenso traffico di mezzi pesanti, dall’inquinamento delle falde e della rete idrica per infiltrazioni di olii minerali residui, perdite di carburante e soprattutto quel limo finissimo conosciuto come marmettola che imbianca i torrenti e indurisce le acque sotterranee, comprese quelle captate dagli acquedotti; sempre per questi ultimi il degrado dei versanti è responsabile delle inondazioni sempre più frequenti nell’area versiliese.

A fronte di questo impatto sul territorio quanto è il ritorno economico per le imprese e per chi in questo territorio ci vive? Ancora una volta i numeri di entrambe le parti si rincorrono: un articolo del 2014 del CNA di Lucca riportava che l’industria lapidea delle province di Massa e Lucca dava lavoro a circa 8mila addetti di cui poco più di 5000 nella lavorazione e circa 1400 nell’estrazione.
C’è da dire che la globalizzazione ha reso più vantaggioso far lavorare il marmo in Brasile e in Cina generando una vera implosione dell’industria della lavorazione locale; si salva solo chi fa alta qualità per i ricchissimi mercati arabi e orientali.
In buona sostanza, anche se la capacità di estrazione è aumentata grazie ai mezzi moderni al punto da far stimare per la zona di Levigliani (Monte Corchia) che la produttività sia aumentata di 35 volte dall’apertura alla fine degli anni ’50 ad oggi, l’occupazione non aumenta e anzi si osserva una contrazione dell’attività di lavorazione.
Il marmo non lavorato frutta da circa 150 fino a 250 euro alla tonnellata, a seconda della qualità; di questi circa il 5% rimane al territorio come tasse e solo in alcuni casi un ulteriore 8% come concessione.


Sembra di poter concludere che la guerra civile continuerà ancora: ad inizio 2014 il Presidente della Regione Toscana ha annunciato una proposta di legge per chiudere progressivamente le cave all’interno dei limiti del Parco; la comunicazione è stata sufficiente a scatenare una lunga coda di polemiche, annunci e proteste che per ora ha congelato ogni ulteriore evoluzione.
Ma come spesso succede le logiche di mercato cambiano più velocemente delle leggi: complice la crisi dell’industria del marmo il paese di Levigliani in pochi anni si è trasformato dal più agguerrito presidio a favore delle cave in rifugio del turismo ambientale, paese noto per le sue grotte (in passato anche violentemente osteggiate) e le vecchie miniere ora aperte al pubblico; i camion marmiferi sono stati sostituiti dalle navette e i ristoranti per i lavoratori riconvertiti in locali tipici. Segno dei tempi.

E poi ci siamo noi escursionisti, che abbiamo la nostra responsabilità e i nostri doveri.
Un Parco in Italia, come nel resto d’Europa, non è la sconfinata wilderness della foresta canadese (dove, comunque, l’ingresso ai parchi si paga!): qui la natura deve convivere con l’uomo e la sua economia, come è stato per secoli, e a questo non c’è alternativa plausibile.
Fare una escursione in montagna dal mattino alla sera con un panino nello zaino è una attività molto risparmiosa in tempi di crisi ma ci toglie poi il diritto di contestare una economia locale, per quanto distruttiva essa sia.
Cosa può fare un escursionista? Scelte consapevoli, come sempre.
Rendiamo le nostre escursioni sostenibili, usufruiamo delle attività locali, dormiamo e mangiamo nei rifugi e nelle strutture del parco, acquistiamo il formaggio e la ricotta dal pastore, facciamoci accompagnare da guide escursionistiche e alpine, partecipiamo alle tante sagre e feste di paese.
Questa regola aurea è applicabile in tutte le montagne del mondo, dalle Apuane all’Himalaya: potremo sicuramente permetterci meno gite ma torneremo a casa con un nuovo bagaglio di grandi esperienze: allo stesso tempo forniremo noi stessi la linfa vitale per la nascita e la crescita di una economia della montagna in equilibrio con l’ambiente, così che siano gli stessi abitanti i primi garanti della protezione dell’ambiente montano.

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