Madonna dell'Acero in inverno

Le cascate del Dardagna al Corno alle Scale

C’erano una volta due pastorelli che ogni estate portavano il gregge ai pascoli del Corno alle Scale. I due, poco più che bambini, erano entrambi sordomuti, ma erano tempi duri e nonostante tutto non esisteva riposo nelle loro estati su pascoli alti. 
Un giorno i due furono colti da un improvviso temporale che, nonostante fosse piena estate, si trasformò presto in una furiosa tempesta di neve e ghiaccio. Per loro fortuna videro lì vicino un grande e solido acero sotto il quale trovarono rifugio.
La tempesta aumentava di intensità, i fulmini lampeggiavano intorno e i tuoni sembravano scuotere la terra stessa; i due bambini, spaventati, si raccomandarono alla Madonna in persona la quale, sensibile al pianto delle creature più deboli, apparve tra le fronde dell’acero e con un gesto arrestò la tempesta e donò ai due pastorelli di nuovo l’udito e la favella.
Come segno tangibile del gran miracolo una immagine della Vergine restò impressa sul tronco del grande albero.
Era il 1505.

La notizia del prodigio si diffuse come un lampo: il parroco di Rocca Corneta pensò di trasportare l’immagine in parrocchia e di festeggiare l’avvenimento alla presenza del Vescovo ma, il giorno previsto, l’immagine era scomparsa.
La Madonna se n’era tornata all’Acero, sù tra i monti, lasciando segni del suo passaggio sugli alberi lungo il sentiero.
Intorno all’Acero sorse così una cappella, un oratorio e un ostello.
Passarono appena trent’anni ed ecco di nuovo questo luogo nella Storia. Brunetto Brunori era il comandante delle truppe Pisane accorse in aiuto della Repubblica Fiorentina capitanata da Ferruccio Ferrucci. L’assedio di Firenze era durato due anni, con molti morti da entrambe le parti, e l’epilogo, la battaglia di Gavinana, fu ancora più sanguinoso, un tripudio cinquecentesco di tradimenti e infamie.

Brunetto, dopo una giornata di furiosi combattimenti, nonostante fosse stato colpito da una lancia che lo aveva trapassato da parte a parte, riuscì a fuggire dal campo di battaglia e, raccolta la sua famiglia (la moglie Lupa e i figli Leonetto e Nunziata) si rifugiò tra le montagne. Fu una fuga precipitosa se è vero che il 5 Novembre era già alla Madonna dell’Acero. Qui brunetto trovò rifugio e guarì: a imperituro ringraziamento fece scolpire in legno le statue di se stesso e della sua famiglia, ancora oggi conservate nel santuario ed esposte ogni estate.

Come arrivare
Il santuario della Madonna dell’Acero è ben indicato lungo la strada che da Lizzano in Belvedere sale verso le piste da sci del Corno alle Scale, rese famose dallo sciatore Alberto Tomba.
Si parcheggia vicino all’omonimo albergo, o poco più su, e si è subito al santuario.
Da qui un sentiero ben segnalato inizia a salire: è una comoda strada forestale che dopo una breve salita inizia a scendere verso il torrente. Il sentiero è largo e molto facile fino al torrente, dove ci sono anche alcune postazioni da barbecue. Da qui sono già visibili le bellissime cascate del Dardagna che in tre salti compiono quasi 200 metri di dislivello: in pochi metri di sentiero un po’ più accidentato ci si può avvicinare alle cascate, abbondanti di acqua anche nelle stagioni più secche. Nei pressi c’è un bel ponticino in legno e anche un barbecue in muratura.
Il sentiero è quasi sempre praticabile da bambini anche piccoli e si percorre in circa 40 minuti: anche in inverno, comunque, il fondo innevato è comunque ben camminabile e adatto allo slittino.

Storia di un malo passo
Gli abitanti della montagna bolognese avevano mille motivi per voler valicare l’Appennino e passare in Toscana: il commercio, prima di tutto, lo scambio di materie che si producevano nei freschi versanti settentrionali con i prodotti degli assolati pendii toscani; raggiungere un parente, o un personaggio a cui chiedere un aiuto, una famosa fattucchiera che toglie il malocchio con l’olio nel piattino e i vestiti nell’acqua bollente; oppure arrotondare i magri guadagni con una pericolosa attività di contrabbando.

Innumerevoli sentieri e passi consentivano di passare l’Appennino e non c’era, in verità, alcun buon motivo per transitare dall’alta valle del Dardagna. Qui, alle pendici del Corno alle Scale, il passo serpeggiava così alto sul crinale da essere impedito dalla neve e dal ghiaccio per parecchi mesi l’anno. Chi conosce questi crinali sa che, d’estate come d’inverno, vi si possono scatenare furiose tempeste con venti patagonici, capaci di sollevare un essere umano e scaraventarlo giù per i pendii.
Ciò nonostante gli abitanti dei borghi ai piedi del Corno, Lizzano, Vidiciatico, Rocca Corneta, preferivano tentare il malo passo piuttosto che allungare in ampi giri che nell’età del mulo e del piede potevano richiedere parecchi giorni in più. Certo, si sapeva quando si partiva ma non quando e se si tornava.
I viaggiatori di un tempo raccontano di una mulattiera che saliva costeggiando il torrente; ci si riposava nel paese di Vidiciatico, un tempo appena uno sparuto pugno di case e un ostello sporco e sgangherato, dove le mosche non lasciavano tregua alcuna. Da qui si continuava lungo una mulattiera ben descritta come una galleria di piante che all’improvviso si apriva in ampio spazio tra gli aceri e là, poco prima di raggiungere le vette selvagge, c’era il santuario della Madonna dell’Acero.
La Madonna dell’Acero ha una chiesa, il rifugio delle anime dei montanari che si riunivano qui per il giorno della festa, il 5 Agosto, lasciando le loro offerte e i loro ex voto alla immagine miracolosa, a testimonianza di una vita piena di pericoli e di difficoltà. Ma la Madonna dell’Acero era anche ricovero, rifugio, ostello di emergenza per i viaggiatori prima di affrontare il passo più alto e difficile dell’Appennino.
La prima strada arrivò in questa valle negli anni trenta. La prima auto che si arrampicò fin qui era una 14 Fiat che, arditamente, scalò l’ultimo tratto di mulattiera ancora non trasformato in strada: era il 1933 e la sua foto compare orgogliosamente in un libro che il gestore dell’Albergo dell’Acero mostra ai suoi clienti.

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