Il lago del Rifugio

Il rifugio Lagoni e il Parco dei Cento Laghi

I monti e le vallate del Parco dei Cento Laghi hanno un aspetto fresco e parlano con la voce dei torrenti e dei laghi di montagna di cui sono ricche. Le maestose foreste di faggi e aceri ospitano i lupi e i cervi, ma anche le streghe e i folletti così bene raccontati dallo scrittore Mario Ferraguti.
Un ottimo punto di partenza per scoprire il parco è il rifugio Lagoni: vi si arriva in auto da Corniglio, continuando per Lagdei (dove avevamo già fatto una splendida gita l’anno scorso) e seguendo, con molta calma, una lunga strada sterrata, non molto diversa dalle antiche vie che si percorrevano a cavallo o in carrozza.
Provenendo da Est, da Monchio delle Corti, la strada si fa addirittura avventurosa, perdendosi in chilometri di tornanti sterrati e serpeggianti tra immense foreste, che salgono al Passo della Colla per poi ridiscendere al rifugio.

Per chi come me frequenta gli assolati versanti meridionali dell’Appennino il paesaggio che si apre presso il rifugio è così insolito da far credere di essere in qualche vallata della Scozia o della Scandinavia piuttosto che non lontano da Parma: di fronte al rifugio un grande lago di origine glaciale si insinua ai piedi delle montagne che svettano più sopra, a volte con morbidi crinali e a volte impennandosi in creste rocciose. Questo è il primo e il più grande dei due laghi conosciuti come Lagoni, che danno il nome al rifugio.
Il rifugio è una grande costruzione in pietra, completamente immersa nella faggeta. Ha sia camerette che camerate di varie dimensioni e una grande sala da pranzo dall’aspetto antico e magico: sul camino sta un grande ritratto di gnomo che sembra essere lì a prova evidente che questi sono incontri frequenti da queste parti; accanto stanno altri oggetti misteriosi, funghi giganti, un pupazzo di stregone o forse lo spirito dei boschi, libri e pitture. Una parete è interamente dipinta riproducendo il bosco che realmente circonda la stanza.
I Lagoni sono base per tutte le camminate verso i laghi e le cime; qui fanno tappa anche i numerosi climber che godono dell’incredibile varietà di vie e monotiri con cui sono state attrezzate le placconate di arenaria.
Al rifugio, oltre ai gestori, vive Malavita. Non so il perché di questo nome, ma Malavita è il cane più tranquillo e timido che si possa immaginare; Malavita, a dispetto del nome, è un cane fortunato perché il suo giardino è il più grande che si possa immaginare; lui vi cammina per chilometri e giornate intere, su e giù per le cime, e lo si incontra spesso da solo lungo i sentieri fino al crinale.

Il sentiero dei laghi
Dal rifugio si possono seguire vari sentieri. Un percorso breve e remunerativo segue il segnavia 711, costeggiando sulla destra il grande lago del rifugio. Si inoltra, sempre ben segnalato, nella faggeta, salendo abbastanza rapidamente e attraversando alcune zone di antiche frane che potrebbero essere non tanto comode per le gambette dei bambini più piccoli di 5 anni.
Dopo una mezz’ora di cammino a velocità bambino si arriva al “dorso di balena”, un dosso di roccia piallata dagli antichi ghiacciai dell’ultima glaciazione, 15 mila anni fa. La roccia è perfettamente liscia e a ben guardare si vedono ancora le striature lasciate dallo scorrere del ghiaccio. Ogni tanto c’è un buco, così precisamente scavato da sembrare opera dell’uomo: sono le marmitte, delle cavità create dai torrenti di scioglimento degli antichi ghiacciai; l’acqua turbinosa usava i ciottoli come punte di trapano e nel giro di millenni millenni ha lavorato la roccia scavando questi fori perfettamente circolari.

Il sentiero prosegue ora più regolare fino a un cartello (circa 45-50 minuti velocità bambino dalla partenza). A destra c’è l’indicazione per il Lago Nero, che si raggiunge con altri cinque minuti di salita: è un bellissimo lago di color verde scuro perfettamente incastonato nella corona di pareti a picco e folti boschi di faggio. Per i bravi camminatori è una ottima pausa rinfrescante, per gli altri è di per sé una bellissima meta dove sostare per un picnic, con i piedi in acqua, prima di ridiscendere.
Al precedente cartello di può anche seguire a sinistra le indicazioni per la Capanna del Lago Nero. Il sentiero percorre un valloncello ampio e piatto, pieno di piante di lamponi e comodissimo anche per i bambini più affaticati che qui, nell’aria fresca delle alture, potranno finalmente riposarsi o correre senza pericoli.
In fondo alla valletta, a 10 minuti dal cartello iniziale, c’è la Capanna del Lago Nero, un alpeggio ristrutturato a bivacco e noto soprattutto per la fonte d’acqua freschissima.
Volendo, da qui si continua a seguire il sentiero 711 per tornare al rifugio Lagoni, altrimenti si torna indietro lungo il sentiero di salita per giungere sempre al rifugio.

L’Appennino del versante padano
I versanti padani dell’Appennino per certi versi ricordano il versanti austriaci e svizzeri delle Alpi. Sono versanti settentrionali, il sole sorge e tramonta sempre dietro di essi e anche in estate inoltrata le giornate non sono mai troppo lunghe.
Dal basso, dai rifugi e dai laghi, solo le vette e i crinali si colorano al tramonto, raccontando di luci infuocate che inondano i pendii toscani.
Questi sono versanti sempre freschi, sempre umidi, attraversati come sono da laghi e torrenti. In estate le nuvole spuntano improvvise dal crinale e se è bel tempo si dissipano appena superara la linea di cresta. In inverno, invece, le più grandi bufere scaricano tutta la neve che portano su questi valloni, isolando i rifugi anche per mesi: al rifugio Lagoni allora si arriva solo con gli sci o in ciaspole.
I versanti nord sono ricchi di foreste dove i lupi sono tornati dopo tanti anni: se ne vedono spesso le tracce e gli escrementi.
I versanti nord, a differenza di quelli meridionali, sono meno scoscesi e meno selvaggi: qui resistono ancora paesi di montagna che non sono solo case per vacanze, qui si taglia il fieno e si allevano ancora le mucche, si fa il latte che servirà a produrre il famoso Parmigiano Reggiano.
Questi versanti sono pieni di storie di folletti streghe e animali fantastici, i loro racconti viaggiavano su e giù per gli Appennini insieme alle genti che quelle montagne le attraversavano di continuo: gli esseri magici sono non fanno differenza tra il nord e il sud del crinale.

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