Dentro la vera tana del lupo

Una tana di lupo vicino al rifugio i Diacci

In una bella mattinata di inizio anno, così anomala senza neve, Francesco, guida escursionistica e uno dei gestori del rifugio i Diacci, in Appennino Mugellano, ci guida in una bella escursione. Si cammina per un paio di ore seguendo un anello a Ovest e Sud del rifugio, scendendo fino alla cascata dell’Abbraccio (alla quale eravamo arrivati anni fa da un’altra direzione) e poi risalendo al punto di partenza. Lungo il percorso le tracce del lupo erano evidenti: c’erano impronte, escrementi che contengono pelo di animali, ossa e denti; e tracce di predazione, soprattutto ossa di caprioli.
Nei pressi del rifugio sono stati individuati almeno due branchi che vivono più o meno stabilmente intorno a questo tratto di crinale appenninico. L’identificazione è avvenuta tramite il wolf howling, cioè il censimento della popolazione lupesca grazie al richiamo: tutte le domeniche d’Agosto lo staff del rifugio organizza un sessione di wolf howling.
Negli ultimi anni un piccolo branco è stato spesso individuato nei dintorni del rifugio stesso e fino ad alcuni anni fa una coppia di lupi aveva scelto come tana una fessura che si apre in una piccola parete di roccia, a poche centinaia di metri in linea d’aria dal rifugio. La tana è abbandonata da molto tempo e Francesco, nella sua attività di guida, porta volentieri i suoi gruppi a visitarla.

Entrare nella tana del lupo, per quanto abbandonata, è una esperienza molto intensa. Il pensiero torna alle paure ancestrali della tana del predatore, un luogo dove si perde la vita o la libertà, un antro tetro, cupo scenario di mille leggende. Nella realtà la tana del lupo è una fessura stretta, così bassa da dover strisciare per entrare. Al suo interno però l’anfratto si apre in uno spazio più ampio, una specie di casetta dal soffice pavimento di foglie. L’ingresso è ripido, i lupi lo scelgono con lo stesso criterio con cui noi mettiamo i cancellini alle scale di casa: i cuccioli non devono uscire finché non saranno abbastanza forti e quella prima scalata all’ingresso sarà la prova che i lupacchiotti sono davvero pronti per il mondo esterno.
Per i bambini l’esperienza di entrare nella tana del lupo ha avuto un valore eccezionale: è stato come essere accolti nella casa di una delle più antiche paure degli uomini (e dei bambini) e scoprire che quella paura è in realtà un animale affascinante che scava tane confortevoli per i propri cuccioli.

Arrivare al rifugio
I rifugio i Diacci è stato ristrutturato a spese della Comunità Montana con un gusto e una qualità davvero rari. L’edificio principale è una grossa colonica a tre piani. Il piano terra è occupato dalle sale comuni, dalla cucina e dalla sala pranzo scaldata dal camino. Ai piani superiori ci sono le camere, tutte foderate in legno; ciascuna ha un bagno riservato.
Dal piano terra si scende alle vecchie stalle che sono state adibite a stanze comuni, tutte arredate in legno e pietra in schietto stile appenninico.
Ma i Diacci includono anche altri edifici per un totale di spazio abitabile veramente impressionante: c’è un grande fienile ristrutturato, un’area bivacco con spazio polivalente, e nei dintorni altri 3 rifugi che vengono dati in autogestione. Il rifugio si raggiunge facilmente dalla strada tra il passo della Colla e il passo della Sambuca, lungo la statale 477: circa al chilometro 10,8 un cartello ben evidente indica l’inizio di uno sterrato che dopo duecento metri arriva a un parcheggio: qui si lascia l’auto e normalmente si prosegue a piedi lungo una comoda strada sterrata in discesa (in salita al ritorno, però) che in meno di mezz’ora di cammino porta al rifugio. In occasioni particolari e su richiesta il Rifugio organizza anche un servizio navetta, consentendo l’accesso davvero a tutti. In ogni caso l’accesso al rifugio richiede circa 30 minuti all’andata e poco di più al ritorno a passo di bambino, ed è fattibile anche per i bambini più piccoli, magari con qualche aiutino in salita.
I motivi per venire ai Diacci sono tantissimi. L’ambiente è superbo, foreste a perdita d’occhio popolate da cinghiali, daini, caprioli, tassi, volpi e lupi. Il rifugio è uno dei nodi della rete di sentieri che percorre i crinali e le valli; da qui si raggiunge in venti minuti la famosa Cascata dell’Abbraccio e il mulino sul torrente Rovigo; il rifugio è anche tappa per sentieri di più lunga percorrenza, come quello proveniente da Moscheta e i numerosi percorsi per MTB.
La cucina del rifugio è un altro punto di eccellenza: tutto, a partire dalla pasta, viene fatto in casa con uno zelo che solo una grande passione può spiegare, e per quanto conosco il gusto dei piatti non ha eguali in Appennino.
Il rifugio è circondato di prati, boschetti e sentieri facili, e la facile accessibilità ne fanno una meta perfetta per i bambini. Inoltre i ragazzi del rifugio, Francesco la guida e Duccio l’esperto di lupi, organizzano un ricchissimo calendario di eventi e attività, sopratutto in estate ma anche nei fine settimana invernali e di mezza stagione: tutte le informazioni sono disponibili sul loro sito internet e sulla loro pagina Facebook.

Fuga dalla montagna
Il rifugio i Diacci era un piccolo borghetto abitato fino agli anni settanta del secolo scorso, una manciata di famiglie indipendenti in tutto, capaci di vivere nei duri mesi invernali in completa autonomia. Tra queste case immerse in un grande noccioleto c’era anche una piccola scuola per i bambini che serviva il borghetto stesso e le numerose case sparse. Francesco ci indica nei dintorni i segni dei sentieri abbandonati, dei muretti a secco e dei terrazzamenti. Di una grande spianata sovrastante il balzo sul torrente Rovigo ci dice che era il granaio di questa regione: un bello spiazzo a solatio completamente in piano era una grande risorsa tra questi freddi pendii. Una grande casa, oggi ridotta a rudere, delimitava verso il bordo questo terrazzo naturale e da qui iniziava una strada che portava ad altre case e al mulino, poco distante. Oggi il grande spiazzo è territorio di caccia dei lupi, di cui abbiamo trovato gli escrementi e i resti del pasto, e quasi niente è restato a testimoniare la vita del passato.

I primi abitanti di queste montagne erano arrivati solo intorno al 1750 perché la vita qui era dura: Francesco ci racconta che in inverni ben diversi da quelli che conosciamo i carabinieri salivano a Marzo, dopo 5 mesi, per vedere come stavano le famiglie e se c’erano stati decessi. Non deve sorprenderci quindi che i contadini, i boscaioli, i carbonai, i raccoglitori di castagne e di nocciole, siano stati così irresistibilmente ammaliati dal richiamo della vita di città.
Queste montagne erano abitate ancora nel dopoguerra, la generazione più vecchia ricorda la transumanza verso la Maremma e la Romagna. Poi, negli anni cinquanta, è iniziata la fuga, precipitosa: la città prometteva condizioni di vita migliori, acqua corrente, elettrodomestici, riscaldamento, lavoro pagato senza brutte stagioni. Le regioni dell’Appennino, Toscana ed Emilia Romagna, acquistarono molti dei terreni lasciati dai proprietari, al costo di mercato di allora: ci spiegano che la vendita di intere proprietà in montagna era appena sufficiente a pagare le prime due o tre rate del mutuo in città.
Ciò nonostante fu una fuga talmente rapida che molti lasciarono il vino nelle botti in cantina, gli arredi nelle case, le tende alle finestre: scapparono letteralmente, e nel giro di vent’anni anche l’ultimo presidio dei Diacci fu abbandonato e queste montagne tornarono alla foresta che in pochi anni se ne riappropriò.
Oggi il rifugio è immerso in uno degli ambienti più intatti di tutto l’Appennino, dove di notte l’oscurità è assoluta e lo spettacolo del cielo stellato è unico nel suo genere in questa parte d’Italia.

La strada di accesso al rifugio I Diacci

L’escursione organizzata da Francesco intorno al rifugio (1,30h di camminata effettiva, facile per bambini da 5 anni)